Nascita, Crescita e Declino del colosso CAPCOM

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32 anni di storia di uno dei colossi mondiali del mondo videoludico

Dopo aver salvato il mercato mondiale dalla crisi del videogame datata 1983, in cui Stati uniti e Canada furono colpiti da un grande calo di vendite, case di produzione come Nintendo dominarono tale mercato resistendo al tempo ed a numerosi avversari, fra cui la vecchia ATARI e l’ancora esistente SEGA.

Ma già nel 1983 faceva capolino una modesta azienda per la produzione di cabinati da sala giochi, denominata Japan Capsule Computers (da qui l’acronimo CAPCOM). Questa azienda, nata dalla fusione di diverse società, si fece strada nel mercato con videogame da sala indimenticabili:

Andando per ordine il primo videogame prodotto da Capcom per macchine “Coin Operated” fu Little League nel luglio 1983, ma la fortuna che riscosse nel campo dei cabinati cominciò con giochi come Vulgus del 1984.
Dopo l’uscita del primo Street Fighter nel 1987, prima dell’esplosione della serie con il secondo capitolo, Capcom si avventurò sempre di più nel mercato delle home console, sfruttando nel contempo la sua politica capitalistica e sfruttando i propri brand, proponendo versioni multiple dello stesso titolo (almeno 10 di Street Fighter II, con l’aggiunta di piccoli ritocchi al gameplay).

Da una vecchia idea su un gioco sugli X-Men del 1994 , Capcom trae lo spunto per Marvel Vs Capcom (1998) dove i personaggi Marvel affrontano in matti tornei i personaggi della casa di Kyoto, questo originò tutta una serie di progetti come Capcom Vs SNK (2000) e Tatsunoko Vs Capcom (2008) con roaster molto grandi e grande longevità.

Nel 1996, complice il fatto di annoverare fra le sue fila alcuni dei più geniali programmatori videoludici del sol levante, Shinji Mikami crea per l’azienda la serie “Survival Horror” Biohazard (Resident Evil), un gioco rivoluzionario per l’epoca nel fatto di intendere la violenza ed il terrore nei videogame. La serie si rivelò la “gallina dalle uova d’oro” per Capcom, che tutt’oggi deve la sua metamorfosi, da azienda in corporazione, grazie appunto a Street Fighter e a Resident evil; solo di quest’ultimo si contano 9 episodi “canonici” ma con un quantitativo di spin off pari a 40 giochi, ed una vendita di quasi 61 milioni di unità in tutto il mondo.

Negli anni ciò spinse Capcom a sfruttare non solo questo brand, ma anche il suo sistema di gioco (fatto di telecamere fisse e fondali predisegnati) su altri titoli ed altri universi narrativi come Dino Crisis (1999); dopo aver esaurito la serie di zombie con una trilogia su PSone ed altre piattaforme quali il Sega Saturn, il Nintendo 64 ed il PC, l’azienda tenta di sviluppare il quarto capitolo sulle console della generazione successiva, ma Mikami, ormai diventato il Producer, firma un contratto di esclusiva con Nintendo, la cui potente Gamecube avrebbe dato nuovo lustro alla serie… fallendo però miseramente.
Due furono gli episodi sviluppati per questa console, fra cui ricordiamo il magnifico Remake del primo capitolo, ed un prequel chiamato Resident Evil 0.
Nel frattempo i possessori di PS2 si godettero nuovi progetti basati sulla struttura della serie principe come Devil May Cry (2001), Onimusha (2001) ed un pallido ritorno del brand con Resident Evil Outbreak, che avrebbe dovuto essere il primo gioco della serie Online ma che arrivò in Europa mutilato a causa del fatto che per collegarsi ad internet la PS2 necessitava di un adattatore di rete, invenduto nel nostro continente.

Ormai la buona stella di CAPCOM cominciava ad affievolirsi, complice l’EMIGRAZIONE vera e propria di talentuosi registi e producer come Mikami, Hideki Kamiya e Keiji Inafune. Ognuno di loro impegnato nella creazione di proprie Software House; negli anni 2000 Capcom riuscì ad infilare dei buoni colpi: ricordiamo Monster Hunter (2004) che dopo la prima su Ps2 rivelò tutta la sua potenzialità con PlayStation Portable e Wii, Dead Rising (2006) sulla neonata XBox 360, e Lost Planet (2007).

C’è da dire che Resident Evil 4 scosse il mondo del Videogame, trasformandosi da Horror in cui si dovevano evitare i nemici a sparatutto action, con un sistema di controllo tale da influenzare molti shooter dal 2005 a venire.

Ed adesso?
Negli ultimi 5 anni causa il mercato giapponese dei videogame non forte come un tempo, superato da quello americano ed inglese, Capcom decide ad un certo punto di dichiarare di voler “standardizzare” i propri titoli collaborando con major americane… i risultati si visualizzano nel migliore dei casi in titoli con Dead Rising 2 (2010) non tuttavia geniale come il primo.
Nel peggiore dei casi il reboot di Devil May Cry denominato DMC (2013) o Resident Evil 6 che dalle parole dei P.R. Capcom non ha venduto molto. Unica nota positiva è l’uscita di Remember Me (2013) dalle interessanti meccaniche e da una trama anche se semplice in grado di dipanarsi fino a raggiungere una buona complessità.

Inoltre nel Luglio 2014 l’azienda ha dichiarato che i dati finanziari non sono stati molto incoraggianti.

Conclusione:
Capcom è stata un’azienda che ha dato corpo ai migliori giochi d’azione-horror, picchiaduro e chi più nè ha più nè metta. La sua politica di sfruttare i brand più famosi fino all’osso ha funzionato alla grande fino all’arrivo delle console della passata generazione, le scelte fatte dal 2006 al periodo odierno si sono rivelate discutibili coadiuvati da
DLC scaricabili a pagamento che si aggiungevano al prezzo del gioco INTERO. Inoltre a causa di catene che vendono giochi usati (ed i cui introiti finiscono in mano alle catene stesse) le Software House hanno cercato di combattere questo fenomeno con pass alfanumerici contenuti nelle confezioni dei giochi vergini per permettere ai compratori di nuovi titoli l’accesso a diverse periferiche… ma con poco successo.
Cattive scelte di mercato, una crisi mondiale a cui far fronte, l’abbassamento degli standard qualitativi giapponesi e una concorrenza sull’usato spietata… che dite, Capcom è in procinto di fallire?