Recensione Stranger Things: quelle “cose estranee” che ci emozionano ancora

0
Stranger Things è la terza serie più vista di netflix

Recensione Stranger Things: un’opera che si nutre del passato ma vive assolutamente nel presente

Abbiamo avuto tutti dodici anni. Noi singolarmente e noi come società. E se c’è stata un’infanzia, per il genere umano, sono stati gli anni ’80. Pensiamo al nuovo che stupiva ancora, all’euforia che ogni scoperta era in grado di suscitare; alla paura che la guerra fredda faceva provare a ogni americano e alle centinaia di mostri, alieni, blob e affini che hanno popolato gli schermi grandi e piccoli o le pagine dei fumetti, tutti lì per esorcizzare il grande terrore dell’uomo nero, dell’estraneo.

Le Stranger Things, le “cose estranee” appunto sono quelle che avvengono in Indiana, circa a metà degli anni ’80, nella placida cittadina di Hawkings, dove la notizia più eccitante è che il cane della vicina ha morsicato il ragazzo che consegna i giornali. La guerra è lontana, il mondo è lontano. E per i quattro dodicenni Mike, Lucas, Dustin e Will, adorabili sfigati, l’unica soluzione è rifugiarsi in un mondo immaginario, in un’epoca dove Internet, la Playstation e Pokemon Go erano ancora nella mente di Dio. Quel mondo, in quegli anni, era Dungeons&Dragons, erano i fortini di legno costruiti nella foresta, erano le biciclette sui campi sterrati della campagna americana. Quelle cose che a noi italiani, con un oceano di distanza, ci sembravano ben più fighe di quello che accadeva a casa nostra. Poco ci voleva, erano d’altronde gli anni di Luis Miguel. E ci chiedevamo come mai quella vita che a noi sembrava così divertente, per quei ragazzi americani era sempre noiosa. E poi c’erano i bulli. I bulli prima dell’era di internet e del cyberbullismo, quelli grossi, stupidi e cattivi che facevano le cose più tremende e per un qualche motivo finivano sempre per averla vinta.

Stranger ThingsE qui che incontriamo i nostri protagonisti: nel bel mezzo di una campagna di D&D, mentre sono impegnati a combattere il Demogorgone: Will Byers cerca di combattere il mostro, ma perde la sfida. Il mostro lo acchiappa e la partita finisce. Ma sulla via del ritorno, qualcosa acchiappa per davvero Will, che scompare nel nulla. E tocca ai suoi amici, aiutati dalla madre di Will (una rediviva Wynona Ryder), dallo sceriffo e dalla sorella adolescente di Mike, nel frattempo invischiata nelle sue prime love story degne di Breakfast Club, cercarlo e scoprire che Hawkings non è poi così placida. Cose oscure si nascondono nella foresta, forse collegate a un misterioso laboratorio scientifico avvolto nel mistero e a una stramba ragazzina trovata nel bosco…

Pur avendo ricevuto un consenso enorme sia di critica che di pubblico, Stranger Things ha dovuto confrontarsi con la massa degli incontentabili, che hanno immediatamente accusato la nuova serie targata Netflix di vivere prevalentemente di citazioni e riferimenti a classici cult degli anni ’80. Cosa che è verissima, fin dalla sigla, piena di neon rossi e suoni di synth. Persino la regia, la luce, il font dei titoli di testa sembrano urlare omaggi ai film dello Spielberg vecchio stampo, quello di E.T. o Jurassic Park. E i quattro ragazzi ricordano d’altronde i protagonisti di Stand By Me, cosa non nascosta visto che i provini consistevano proprio nel recitare le battute iniziali del film di Rob Reiner.

Ma ciò che emoziona di Stranger Things, ciò che fa provare paura, rabbia, ma anche tenerezza, è un uso sapientissimo di questi riferimenti, veicolati da una scrittura che lascia trasparire una passione vera, potente, che dà anima a tutta la storia. I 32enni Matt e Ross Duffer, gemelli del North Carolina, sono infatti oltre che gli scrittori anche i registi di ogni singola puntata delle 8 che compongono la serie. E la loro volontà di trasmettere qualcosa di più che la semplice nostalgia è chiara. Ciò che Stranger Things riesce a dare, anzi a ricordare a ognuno di noi, è che forse, in fondo, non siamo mai cresciuti. Che forse abbiamo ancora paura dell’uomo nero, del mistero che si annida nell’oscurità. Che ne vogliamo avere paura, per sentirci ancora un po’ bambini, curiosi, coraggiosi, capaci di meravigliarci. Tutto ciò rende l’ultimo, piccolo, capolavoro di Netflix un’opera che si nutre del passato ma vive assolutamente nel presente: guardando agli ultimi anni scopriamo che il passato e i suoi miti sono più vivi che mai. È stato l’anno di JJ Abrams e del suo Star Wars, l’anno del nuovo Ghostbusters; i supereroi che hanno reso grande la Marvel sono tutti ripresi e riconsegnati al grande schermo; ogni favola della nostra infanzia viene categoricamente ripescata, smontata e riprodotta in una nuova e più scintillante versione. Viviamo, inutile negarlo, in un momento di stagnazione per quel cinema mainstream, che sembra essere in grado solo di inseguire le luci del passato. E nel momento in cui gli anni ’80 e ’90 sembrano vibrare più forti che mai nei nostri ricordi, ecco una serie che non solo ci immerge nuovamente in quel mistero, in quella meraviglia che abbiamo imparato ad amare, ma riesce persino a tenerci incollati agli schermi e a farci balzare sulle sedie in un modo tutto nuovo, fresco, eccitante. Che quasi non vedi l’ora che escano i VHS per vederlo con gli amici.

La domanda che sta attanagliando tutti coloro che hanno finito la serie è se ne vedremo mai una seconda stagione. Le notizie sono vaghe e poco chiare. Si sa che i fratelli Duffer non avevano pensato a una serie lunga, ma più a una singola stagione autoconclusiva. Chi ha visto il finale si accorge però che molte cose sono rimaste come in sospeso, quasi con la promessa che non è finita qui. Ma per il momento Netflix non ha né smentito né confermato i rumors che vorrebbero gli autori alle prese con la stesura del sequel di quella che è già diventata un piccolo cult.