The Bad Batch recensione: tra sogno e conforto – #Venezia73

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The Bad Batch: recensione del film di Ana Lily Amirpour con Suki Waterhouse, Jason Momoa, Keanu Reeves, Jim Carrey e Giovanni Ribisi in concorso a #Venezia73

E’ proprio un “lotto difettoso” The Bad Batch, il film di Ana Lily Amirpour (A Girl Walks Home Alone at Night) in concorso a Venezia 2016. Un po’ come La Region Salvaje, è un prodotto che possiede degli spunti interessanti alla base ma non riesce a sfruttarli e accompagnarli per mano nel loro svolgimento, è incapace di decidere esattamente la direzione registica e narrativa da prendere.

L’ambientazione è quella tanto in voga al momento degli young adult distopici, con una protagonista di nome Arlen (Suki Waterhouse) bionda, combattiva, senza un braccio e una gamba, perfettamente in linea col genere d’appartenenza. A dividere con lei lo schermo è il mastodontico – per muscoli e presenza fisica – Jason Momoa di Game of Thrones e della prossima Justice League, nei panni di Joe, un padre, ritrattista e nel tempo libero… cannibale. Ecco servita l’aggiunta al genere: il cannibalismo.

Arlen e Joe sono vittima e carnefice, ma si invertiranno i ruoli, in una sorta di danza che sembra imparare i propri passi man mano che il film procede piuttosto che avere una coreografia ben chiara in mente fin dall’inizio. Nessun grosso progresso o colpo di scena, piuttosto un trascinamento sofferto da parte della Amirpour attraverso una narrazione che incontra vari dossi lungo la propria strada, sbanda, ritorna faticosamente in carreggiata, per poi sbandare nuovamente.

Figure atipiche ma allo stesso tempo banali, poiché non sviluppate adeguatamente, interpretate da un cast che sembra sprecato – come Jim Carrey e il camaleontico Giovanni Ribisi per citarne un paio. Esse popolano questo futuro fatto di pura sopravvivenza e diviso fra conforto e sogno, ovvero i nomi di due location del film, un luogo recintato per proteggersi dai futuristici Hannibal Lecter e una sorta di tempio mistico abitato da un santone poco convincente (Keanu Reeves).

The Bad Batch ha un’atmosfera, fotografia e colonna sonora che viene direttamente dagli anni ’80-’90 uniti a campi lunghissimi che vorrebbero mostrare allo spettatore il movimento esistenziale dei protagonisti nell’immenso spazio che li circonda (come il deserto). Questi ultimi non vengono però motivati, risultando ancora una volta confusi: la musica è forse uno dei pochi elementi riusciti del film, assieme agli spunti – non sviluppati – e ad alcune trovate come la distruzione della bandiera americana. Simbolo di questo tipo di film per eccellenza, campeggia su una delle “tende” dei sopravvissuti ma è inquadrata anche in versione puzzle da ricomporre – proprio come questo mondo terribile in cui sono costretti a vivere i personaggi. Resta solo una domanda: chi riuscirà invece a rimettere insieme questo “lotto difettoso” che è The Bad Batch?