Franca Sozzani, Carrie Fisher e George Michael: la scomparse di tre icone della mia generazione

A un personaggio famoso leghiamo ricordi, emozioni, sensazioni siano esse positive o negative. Quante volte abbiamo detto di una canzone o di un film: “Mi fa pensare a quando bla bla bla e ci sto male” oppure, associati a momenti belli, diventano la colonna sonora della nostra vita?

Ci disperiamo per la scomparsa di un cantante, ma non conosciamo il nome dei vicini di casa.


Dopo la notizia della morte di George Michael, che si aggiunge al troppo lungo elenco di uscite di scena eccellenti in questo 2016 davvero nero, un mio contatto di Facebook in controtendenza con i #Rip#CiaoGeorge ecc ha scritto questo status.

Dopo averlo letto, come prima cosa avrei voluto commentare così: “La mia vicina si chiama Valeria e sopra di me abitano Elizabeth, suo marito Roberto e i due bambini che crescono ogni giorno di più”, ma non l’ho fatto e ho pensato molto al senso delle sue parole.

In fondo ha ragione, soprattutto per chi vive in grandi città come Roma o Milano, non abbiamo più quei rapporti sociali con i vicini che si avevano un tempo ed è vero che la notizia di un personaggio famoso – non importa lo sia nel cinema, nella moda, nella musica o nella Tv – ci colpisce e ci fa parlare, commentare, aprire pubblicamente i nostri cuori grazie ai social.

La prima cosa che pensiamo ricevuta la notizia è quello che ha rappresentato quel personaggio nella nostra vita, quanto con la sua arte abbia influenzato quello che siamo.

Se penso a George Michael, ad esempio, non posso non pensare a mia sorella innamorata di quel ragazzo biondo che sembrava vivere in un’eterna e infinita estate. Lo stesso che poi le ha fatto battere il cuore con il brano romantico della sua generazione e che ha “regalato” agli anni ’80 una canzone simbolo del Natale, che chiusa la parentesi edonistica del decennio ha poi cambiato immagine. Ha capito il potere delle supermodel e lo ha sfruttato in due video cult “Freedom 90” e “ Too Funky”, quello che ha saputo trasformare il suo outing in un coming out ultrapop con “Outside”.

Se penso a Franca Sozzani, direttore di Vogue Italia scomparsa qualche giorno prima, penso che per me lei era la moda. Andavo in edicola da giovanissimo (nell’88, quando ne assunse la direzione ero tredicenne) e Vogue Italia rappresentava per me una finestra sul mondo. Imparai a capire la moda e il costume attraverso gli occhi e le parole di Franca. Il fashion system, i marchi, le modelle, i fotografi erano per me la testimonianza di una società che si evolveva e potevo capirne l’evoluzione solo attraverso il giornale.

Capii attraverso Vogue che la moda non riguardava affatto quello che ti metti addosso, al contrario era il segno di come cambiano i tempi, erano le Barbie e poi le modelle nere, poi quelle curvy. Era luglio 2014 quando ho avuto la possibilità di intervistarla, per il blog di AltaRoma, nella giornata in cui il contest “Who is on next?” compiva dieci anni. Dopo quell’intervista mi è arrivata una telefonata di Simonetta Gianfelici, che mi chiedeva se potevo andare a intervistare, nuovamente, Franca per conto di Vogue Italia. Io? Intervistare Franca con il microfono di Vogue! Ricordo la sua gestualità, il modo tranquillo e pacato con cui lei rispondeva alle mie domande, in quel momento era lei, l’immagine cristallizzata che da sempre ho avuto in mente, in un mondo di assoluta normalità.

Se penso a Carrie Fisher, scomparsa ieri, ovviamente penso alla Principessa Leila – l’ho conosciuta bambino col nome italiano del personaggio quando “Star Wars” era per “Guerre Stellari” – a quanto quel ruolo abbia riscritto le regole delle donne ribelli. Elegante, ma non immobile e bambolina, coraggiosa, ma non “maschiaccio”, una Donna con la D maiuscola insomma.

A un personaggio famoso leghiamo ricordi, emozioni, sensazioni siano esse positive o negative. Quante volte abbiamo detto di una canzone o di un film: “Mi fa pensare a quando bla bla bla e ci sto male” oppure, associati a momenti belli, diventano la colonna sonora della nostra vita? Spesso diciamo: ”Quel libro, quella canzone, quel film, ma anche un quadro in qualche modo parla di me, mi ha detto cosa fare”. Usiamo la loro arte per conoscerci, per definirci. E quando questi personaggi se ne vanno ci sentiamo soli, ci sentiamo abbandonati.

Se un’artista si ritira dalle scene abbiamo sempre la speranza che possa tornare a fare qualcosa, possiamo sperare in qualche ospitata o apparizione, quindi quel legame non si ferma, ma la morte chiude tutto.

Non è che di un personaggio famoso ci interessa di più del vicino di casa, è che quel personaggio in qualche modo vive con noi, ci rappresenta, è noi! Ecco perché quando va via “Ci disperiamo per la scomparsa di un cantante, ma non conosciamo il nome dei vicini di casa” e non ci dobbiamo certo sentire in colpa!